Una figura senior mi ha detto una frase molto lucida:“Alla mia età devo trovare una posizione stabile. Devo arrivare serenamente alla pensione.”
Razionalmente, tutto torna.
Stabilità.
Continuità.
Un ruolo sostenibile.
Un contesto ordinato.
Meno salti nel vuoto.
Poi però succede qualcosa.
Mentre ne parla, la voce resta corretta.
Le parole sono precise.
Il ragionamento fila.
Ma il corpo no.
La schiena si irrigidisce.
La voce diventa monotona.
Le parole sembrano amministrate.
Ed è lì che spesso nasce la dissonanza.
Non tra ciò che vogliamo e ciò che non vogliamo.
Ma tra ciò che sappiamo essere sensato
e ciò che facciamo fatica ad accettare emotivamente.
Per una figura senior, cercare stabilità non è solo una scelta professionale.
Può significare fare i conti con una fase nuova.
Con il bisogno di sicurezza.
Con il desiderio di non disperdere ciò che si è costruito.
Ma anche con la paura che quella scelta assomigli troppo a una chiusura.
E allora la domanda cambia.
Non solo:
“Quale ruolo mi serve adesso?”
Ma anche:
“Come posso restare vivo dentro una scelta prudente?”
Perché a volte il corpo non sta dicendo che la scelta è sbagliata.
Sta chiedendo che quella scelta non diventi una rinuncia a sé.

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