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Quando il lavoro che vuoi lasciare non è il lavoro

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  “Mi hanno insegnato che il lavoro non si lascia. Anche se non ti piace.” Me lo ha detto una donna adulta, competente, con un buon ruolo e una carriera costruita con impegno. Non era una frase detta con rabbia. Era quasi una legge interna. Dietro non c’era solo il lavoro. C’erano i genitori. La fatica. La sicurezza. La gratitudine. La paura di sembrare ingrata. Il bisogno di non sprecare ciò che era stato conquistato. A volte non restiamo in un lavoro perché lo scegliamo davvero. Restiamo fedeli a una frase che abbiamo ricevuto molto prima di entrare in azienda. E allora la domanda non è subito: “Devo restare o andare via?” Forse la prima domanda è: “Da dove sto scegliendo?” Perché prima di ogni decisione c’è uno spazio. E in quello spazio, spesso, parlano molte voci. Alcune sono nostre. Altre le abbiamo solo ereditate. E se quella strada non fosse davvero tua, ma solo la più fedele a ciò che ti hanno insegnato?

Prima di una scelta: mindfulness, emozioni e lucidità nei momenti reali

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  Nel tempo mi sono formata in mindfulness laica, psicologia positiva e gestione emotiva. Ma la parte più interessante non è stata imparare tecniche. È stato osservare cosa succede alle persone nei momenti reali. Un colloquio. Una negoziazione. Un conflitto. Una scelta che mette pressione. Perché spesso, in quei momenti, il problema non è solo “cosa fare”. È cosa accade dentro mentre stiamo decidendo. Cosa succede al corpo. Alla lucidità. Al modo in cui interpretiamo la scena. Al bisogno di proteggerci, adattarci, dimostrare, controllare o evitare. Ed è lì che oggi porto questi strumenti. Non in modo astratto. Non come formule motivazionali. Ma dentro la formazione, l’orientamento, le sessioni e i percorsi di consapevolezza decisionale e decision making. Per aiutare le persone a vedere meglio ciò che accade prima di una risposta automatica. Prima di una reazione. Prima di una scelta. Osservo. Ascolto. E restituisco alle persone uno spazio in cui pot...

“Va bene tutto, purché ci sia un posto sereno”

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  1.       Certe frasi, a volte, vengono pronunciate con una tale spontaneità che sembrano piccole. E invece aprono una soglia. “Va bene tutto, purché ci sia un posto sereno.” E lì mi fermo. Perché quella parola — sereno — non è mai solo ambientale. Non riguarda solo il clima aziendale. Non riguarda solo i colleghi o il capo. A volte riguarda altro. Il bisogno di non dover stare sulla difensiva. Il bisogno di non dover continuamente dimostrare qualcosa. Il bisogno di non sentirsi sotto attacco, anche quando nessuno sta attaccando. E allora la ricerca del lavoro cambia forma. Non è più solo “cosa so fare”. Diventa anche “dove riesco a stare senza chiudermi”. A volte non cerchiamo solo un lavoro. Cerchiamo un posto in cui abbassare le difese. E lì, spesso, la decisione è già iniziata.

Auto-compassione: come essere gentili con sé stessi nei momenti difficili

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  Auto-compassione: imparare a essere gentili con sé stessi nei momenti difficili L’auto-compassione è la capacità di rivolgere a sé stessi gentilezza, comprensione e presenza nei momenti di difficoltà. Non significa giustificarsi. Non significa evitare le responsabilità. Non significa abbassare gli standard. Significa imparare a stare accanto a ciò che proviamo senza trasformare ogni errore, limite o fragilità in una condanna personale. Molte persone confondono l’auto-compassione con il “lasciarsi andare”. In realtà è il contrario: è un modo più sano e sostenibile per affrontare emozioni difficili, autocritica, senso di colpa, frustrazione e paura. Quando qualcosa va storto, spesso si attiva una voce interna molto severa. Quella voce giudica, svaluta, pretende, corregge. È la parte di noi che dice: “Avresti dovuto fare meglio.” “Non sei abbastanza.” “Non puoi permetterti di sbagliare.” L’auto-compassione non elimina questa voce. Aiuta però a riconoscerla, ascoltarla...

Self-compassion e autocritica: la cura non abbassa gli standard

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  La cura non abbassa l’asticella. La rende sostenibile. A volte, in sessione, emerge una frase detta quasi sottovoce: “Se non mi sprono duramente, rischio di mollare.” E lì si apre uno spazio interessante. Per molte persone l’autocritica non è solo un’abitudine. È diventata una strategia di controllo. Come se essere dure con sé stesse fosse l’unico modo per restare attente, performanti, affidabili. Ma la durezza continua non aumenta sempre la lucidità. A volte la consuma. La self-compassion non significa giustificarsi. Non significa abbassare l’asticella. Non significa smettere di crescere. Significa imparare a stare accanto a sé mentre si attraversa una difficoltà, senza trasformare ogni errore in una sentenza sulla propria identità. Perché una persona che si sente al sicuro dentro di sé non smette di migliorare. Smette solo di distruggersi per farlo. Emotions Lab Lo spazio prima della scelta.

La posizione diversa. E lo spazio prima della scelta

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  Una sedia diversa. Uno spazio prima della scelta. L’ho sentito dire spesso, in contesti diversi. E ogni volta mi fermo un attimo. Perché, mentre una persona dice “non decido”, spesso sta già scegliendo qualcosa. Quanto esporsi. Quanto trattenersi. Quanto adattarsi. Quanto restare fedele a ciò che sente. Capo, leader, collaboratore: a volte partiamo dal ruolo. Ma forse il punto più interessante è un altro. Da quale spazio entro nella scena? Perché posso avere un ruolo formale e sentirmi sotto pressione. Posso non avere autorità formale e orientare il clima di una stanza. Posso collaborare e, allo stesso tempo, influenzare il modo in cui una scelta prende forma. Forse l’“ascendente aziendale” non è una posizione fissa. È il modo in cui abitiamo un ruolo, una relazione, una scelta. Prima della risposta. Prima della decisione. Prima che tu scelga. Nota di contesto Tavolo rotondo in sala riunioni con sedie bianche e una sedia leggermente diversa o spostata, simbolo ...

Quando il denaro non parla solo di denaro

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           Il lavor o, a volte, non ci dà solo uno stipendio. Ci restituisce — o ci toglie — un’immagine di noi. Il 1° maggio si parla spesso di lavoro. Ma forse dovremmo parlare anche di ciò che il lavoro rappresenta per una persona. Ieri ho incontrato un CFO con cui avevo già lavorato. Mi ha raccontato che l’azienda con cui sta collaborando è stata messa in liquidazione giudiziale. Il curatore gli ha chiesto di restare ancora un mese. Ma alla metà dello stipendio. Gli ho chiesto: “Perché hai accettato?” Mi ha risposto: “Perché almeno continuo a lavorare. E anche se poco, entrano comunque soldi.” Poi ha aggiunto che aveva responsabilità familiari importanti. A un certo punto gli ho chiesto: “Che cosa rappresenta per te il denaro?” La risposta è arrivata netta: “Status.” Non solo stipendio. Non solo lavoro. Non solo entrate. Riconoscimento. Valore. Identità professionale. E allora il punto non era più soltanto lavorare un mese alla metà dello stipendi...