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Auto-compassione: come essere gentili con sé stessi nei momenti difficili

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  Auto-compassione: imparare a essere gentili con sé stessi nei momenti difficili L’auto-compassione è la capacità di rivolgere a sé stessi gentilezza, comprensione e presenza nei momenti di difficoltà. Non significa giustificarsi. Non significa evitare le responsabilità. Non significa abbassare gli standard. Significa imparare a stare accanto a ciò che proviamo senza trasformare ogni errore, limite o fragilità in una condanna personale. Molte persone confondono l’auto-compassione con il “lasciarsi andare”. In realtà è il contrario: è un modo più sano e sostenibile per affrontare emozioni difficili, autocritica, senso di colpa, frustrazione e paura. Quando qualcosa va storto, spesso si attiva una voce interna molto severa. Quella voce giudica, svaluta, pretende, corregge. È la parte di noi che dice: “Avresti dovuto fare meglio.” “Non sei abbastanza.” “Non puoi permetterti di sbagliare.” L’auto-compassione non elimina questa voce. Aiuta però a riconoscerla, ascoltarla...

Self-compassion e autocritica: la cura non abbassa gli standard

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  La cura non abbassa l’asticella. La rende sostenibile. A volte, in sessione, emerge una frase detta quasi sottovoce: “Se non mi sprono duramente, rischio di mollare.” E lì si apre uno spazio interessante. Per molte persone l’autocritica non è solo un’abitudine. È diventata una strategia di controllo. Come se essere dure con sé stesse fosse l’unico modo per restare attente, performanti, affidabili. Ma la durezza continua non aumenta sempre la lucidità. A volte la consuma. La self-compassion non significa giustificarsi. Non significa abbassare l’asticella. Non significa smettere di crescere. Significa imparare a stare accanto a sé mentre si attraversa una difficoltà, senza trasformare ogni errore in una sentenza sulla propria identità. Perché una persona che si sente al sicuro dentro di sé non smette di migliorare. Smette solo di distruggersi per farlo. Emotions Lab Lo spazio prima della scelta.

La posizione diversa. E lo spazio prima della scelta

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  Una sedia diversa. Uno spazio prima della scelta. L’ho sentito dire spesso, in contesti diversi. E ogni volta mi fermo un attimo. Perché, mentre una persona dice “non decido”, spesso sta già scegliendo qualcosa. Quanto esporsi. Quanto trattenersi. Quanto adattarsi. Quanto restare fedele a ciò che sente. Capo, leader, collaboratore: a volte partiamo dal ruolo. Ma forse il punto più interessante è un altro. Da quale spazio entro nella scena? Perché posso avere un ruolo formale e sentirmi sotto pressione. Posso non avere autorità formale e orientare il clima di una stanza. Posso collaborare e, allo stesso tempo, influenzare il modo in cui una scelta prende forma. Forse l’“ascendente aziendale” non è una posizione fissa. È il modo in cui abitiamo un ruolo, una relazione, una scelta. Prima della risposta. Prima della decisione. Prima che tu scelga. Nota di contesto Tavolo rotondo in sala riunioni con sedie bianche e una sedia leggermente diversa o spostata, simbolo ...

Quando il denaro non parla solo di denaro

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           Il lavor o, a volte, non ci dà solo uno stipendio. Ci restituisce — o ci toglie — un’immagine di noi. Il 1° maggio si parla spesso di lavoro. Ma forse dovremmo parlare anche di ciò che il lavoro rappresenta per una persona. Ieri ho incontrato un CFO con cui avevo già lavorato. Mi ha raccontato che l’azienda con cui sta collaborando è stata messa in liquidazione giudiziale. Il curatore gli ha chiesto di restare ancora un mese. Ma alla metà dello stipendio. Gli ho chiesto: “Perché hai accettato?” Mi ha risposto: “Perché almeno continuo a lavorare. E anche se poco, entrano comunque soldi.” Poi ha aggiunto che aveva responsabilità familiari importanti. A un certo punto gli ho chiesto: “Che cosa rappresenta per te il denaro?” La risposta è arrivata netta: “Status.” Non solo stipendio. Non solo lavoro. Non solo entrate. Riconoscimento. Valore. Identità professionale. E allora il punto non era più soltanto lavorare un mese alla metà dello stipendi...

Se ti danno per scontata, tu alza il prezzo

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Se ti danno per scontata, tu alza il prezzo Quando il tuo tempo, la tua cura e la tua competenza vengono dati per scontati, non serve offrire di più. Serve riconoscere il proprio valore e scegliere con più consapevolezza dove investirlo. Ti è mai capitato di sentirti data per scontata? Nel lavoro, nelle relazioni, nei momenti di transizione, può accadere che la disponibilità venga scambiata per obbligo. La cura per qualcosa di dovuto. Il  tuo esserci sempre e comunque. La competenza per qualcosa che “tanto c’è”. E, senza accorgertene, inizi a fare di più. Spieghi di più. Dai di più. Tollerí di più. Come se il tuo valore dovesse essere continuamente dimostrato per poter essere riconosciuto. Ma il valore personale non funziona così. Non aumenta perché ti consumi. Non diventa più visibile perché ti svuoti. Non viene riconosciuto davvero quando sei tu la prima a trattarlo come qualcosa di sempre disponibile. A volte una frase può diventare una soglia: Se ti danno per scontata, tu ...

Quando inizi a contare: bilancio personale, confini e scelte consapevoli

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  Arriva un momento in cui inizi a contare non solo il tempo e le energie spese, ma anche ciò che hai smesso di ascoltare mentre ti adattavi, davi, aspettavi. Arriva un momento in cui inizi a contare. Conti il tempo. Le energie. Le risposte ricevute. Conti le occasioni perse. Le parole dette. Quelle trattenute. I sì concessi troppo in fretta. I no rimandati troppo a lungo. I confini che hai lasciato indietro. A volte contare serve. Serve a mettere ordine. A vedere meglio. A smettere di muoversi dentro una confusione che sembrava normale. Ma non tutto ciò che conta si lascia misurare. C’è il peso di una scelta rimandata. C’è la fatica di essere sempre disponibile. C’è il costo silenzioso di adattarsi troppo. E c’è il valore che togli a te stessa ogni volta che ti chiedi, silenziosamente di pesare meno. Forse è lì che inizia una domanda: che cosa sto davvero pagando, per restare dove sono? Perché prima di ogni scelta c’è spesso un bilancio invisibile. Non fatto ...

La prossima volta andrà meglio: quando una frase gentile ci allontana dalla scelta

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  “La prossima volta andrà meglio.” È una frase gentile. Ti consola. Ti permette di restare in piedi dopo un errore, una perdita, un tentativo andato male. Ma a volte non consola soltanto. A volte ti allontana dalla scelta. Succede quando affidi al futuro il compito di cambiare qualcosa che, invece, avrebbe bisogno di essere guardato adesso. È uno degli automatismi più sottili: pensare che, dopo una serie di eventi negativi, qualcosa debba necessariamente riequilibrarsi da solo. Come se la vita, il lavoro, le relazioni o le opportunità avessero il dovere di compensare. Ma non sempre “andrà meglio” perché è passato del tempo. A volte va meglio quando cambi posizione. Quando osservi il processo. Quando smetti di ripetere la stessa scelta aspettandoti un esito diverso. Emotions Lab lavora anche qui: nel punto in cui una frase apparentemente innocua diventa un modo per non scegliere. Non per giudicarti. Non per correggerti con durezza. Ma per accorgerti. Perché prima di ogni scelta c’è...