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  Un executive mi ha chiesto: “Qual è la considerazione di una figura che cambia spesso lavoro?” Non stava parlando solo di curriculum. Stava parlando dello sguardo degli altri. Del sospetto. Dell’etichetta che può arrivare prima ancora dell’ascolto. “Cambia spesso.” “Non è stabile.” “Quanto resterà da noi?” Domande legittime, certo. Ma forse manca una domanda prima: cosa è successo prima che quella persona decidesse di cambiare? Perché non sempre il job hopping racconta instabilità. A volte racconta ricerca. Ricerca di crescita. Di riconoscimento. Di coerenza. Di uno spazio in cui portare valore senza consumarsi. E forse job hopping e quiet quitting sono due facce della stessa medaglia. Nel primo caso la persona se ne va. Nel secondo resta, ma si ritira. Da fuori sembrano comportamenti opposti. Movimento e immobilità. In realtà, spesso, nascono dalla stessa frattura: una relazione fragile tra persona, lavoro e riconoscimento. Non sempre chi cambia spesso è inaffidabile. ...

Nash, il lavoro e le scelte che non facciamo da soli

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  Quando pensiamo a una scelta professionale, spesso la immaginiamo come qualcosa di individuale. “Cosa voglio fare?” “Cosa mi conviene?” “Qual è la strada giusta per me?” Ma nel lavoro le scelte raramente nascono da sole. Nascono dentro un sistema. C’è ciò che vogliamo noi. C’è ciò che si aspettano gli altri. C’è ciò che temiamo di perdere. C’è il modo in cui immaginiamo reagiranno colleghi, responsabili, clienti, famiglia. La teoria dei giochi ci ricorda proprio questo: una decisione non dipende solo dalla nostra volontà, ma anche dalle mosse, dalle aspettative e dalle possibili risposte degli altri. Anche quando cambiamo ruolo. Anche quando modifichiamo un profilo LinkedIn. Anche quando restiamo fermi in una posizione che non ci somiglia più. Forse alcune scelte non sono difficili perché non sappiamo cosa vogliamo. Sono difficili perché sappiamo che, scegliendo, cambierà anche l’equilibrio intorno a noi. Ed è lì che serve spazio. Non per trovare subito la mossa perfetta. ...

“Quando aggiornare LinkedIn diventa una soglia professionale”.

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  “Ma se cambio il profilo LinkedIn, i miei contatti lo vedono?” Me lo ha chiesto un professionista durante un percorso di riposizionamento. A prima vista sembra una domanda tecnica. Impostazioni. Privacy. Notifiche. Visibilità. In realtà, spesso, non è solo quello. Dietro quella domanda può esserci altro: “Cosa penseranno gli altri?” “Sembrerò incoerente?” “Si capirà che sto cercando altro?” Quando una persona aggiorna il proprio profilo professionale, non sta modificando solo una pagina online. Sta rendendo visibile una transizione. E ogni transizione porta con sé una soglia: tra ciò che siamo stati, ciò che gli altri si aspettano da noi, e ciò che stiamo provando a diventare. Per questo il lavoro sul profilo LinkedIn non è mai solo scrittura. È posizionamento. È identità professionale. È gestione dello sguardo esterno. E, a volte, prima ancora di cambiare una headline, serve uno spazio per chiedersi: cosa voglio rendere visibile di me, adesso?