Post

Quando finisce un ruolo, cosa resta di noi?

Immagine
  “E adesso cosa faccio?” Me lo ha chiesto con candore. E con un forte senso di smarrimento. Le spalle strette. Gli occhi un po’ persi nel vuoto. Non stava chiedendo solo come scrivere un curriculum. Non stava chiedendo solo dove candidarsi. La domanda sembrava professionale. In realtà era molto più profonda. Perché quando un ruolo finisce, non si perde solo un lavoro. Si perde un modo di raccontarsi. Un’abitudine. Un riconoscimento. A volte persino una parte della propria identità. E allora la domanda cambia. Non è più: “Che lavoro farò?” Ma: “Chi sarò senza questo ruolo?” Forse molte transizioni professionali iniziano proprio qui. Non dalla ricerca immediata di un nuovo lavoro. Ma dal tentativo di capire cosa portare con sé mentre tutto il resto cambia. Perché prima di ripartire, a volte, serve uno spazio. Uno spazio per non buttare via tutto. E per riconoscere cosa resta vivo, anche quando un ruolo finisce.
Immagine
  Un executive mi ha chiesto: “Qual è la considerazione di una figura che cambia spesso lavoro?” Non stava parlando solo di curriculum. Stava parlando dello sguardo degli altri. Del sospetto. Dell’etichetta che può arrivare prima ancora dell’ascolto. “Cambia spesso.” “Non è stabile.” “Quanto resterà da noi?” Domande legittime, certo. Ma forse manca una domanda prima: cosa è successo prima che quella persona decidesse di cambiare? Perché non sempre il job hopping racconta instabilità. A volte racconta ricerca. Ricerca di crescita. Di riconoscimento. Di coerenza. Di uno spazio in cui portare valore senza consumarsi. E forse job hopping e quiet quitting sono due facce della stessa medaglia. Nel primo caso la persona se ne va. Nel secondo resta, ma si ritira. Da fuori sembrano comportamenti opposti. Movimento e immobilità. In realtà, spesso, nascono dalla stessa frattura: una relazione fragile tra persona, lavoro e riconoscimento. Non sempre chi cambia spesso è inaffidabile. ...

Nash, il lavoro e le scelte che non facciamo da soli

Immagine
  Quando pensiamo a una scelta professionale, spesso la immaginiamo come qualcosa di individuale. “Cosa voglio fare?” “Cosa mi conviene?” “Qual è la strada giusta per me?” Ma nel lavoro le scelte raramente nascono da sole. Nascono dentro un sistema. C’è ciò che vogliamo noi. C’è ciò che si aspettano gli altri. C’è ciò che temiamo di perdere. C’è il modo in cui immaginiamo reagiranno colleghi, responsabili, clienti, famiglia. La teoria dei giochi ci ricorda proprio questo: una decisione non dipende solo dalla nostra volontà, ma anche dalle mosse, dalle aspettative e dalle possibili risposte degli altri. Anche quando cambiamo ruolo. Anche quando modifichiamo un profilo LinkedIn. Anche quando restiamo fermi in una posizione che non ci somiglia più. Forse alcune scelte non sono difficili perché non sappiamo cosa vogliamo. Sono difficili perché sappiamo che, scegliendo, cambierà anche l’equilibrio intorno a noi. Ed è lì che serve spazio. Non per trovare subito la mossa perfetta. ...