Un executive mi ha chiesto:
“Qual è la considerazione di una figura che cambia spesso lavoro?”
Non stava parlando solo di curriculum.
Stava parlando dello sguardo degli altri.
Del sospetto.
Dell’etichetta che può arrivare prima ancora dell’ascolto.
“Cambia spesso.”
“Non è stabile.”
“Quanto resterà da noi?”
Domande legittime, certo.
Ma forse manca una domanda prima:
cosa è successo prima che quella persona decidesse di cambiare?
Perché non sempre il job hopping racconta instabilità.
A volte racconta ricerca.
Ricerca di crescita.
Di riconoscimento.
Di coerenza.
Di uno spazio in cui portare valore senza consumarsi.
E forse job hopping e quiet quitting sono due facce della stessa medaglia.
Nel primo caso la persona se ne va.
Nel secondo resta, ma si ritira.
Da fuori sembrano comportamenti opposti.
Movimento e immobilità.
In realtà, spesso, nascono dalla stessa frattura:
una relazione fragile tra persona, lavoro e riconoscimento.
Non sempre chi cambia spesso è inaffidabile.
Non sempre chi resta facendo il minimo è disinteressato.
A volte sono due modi diversi di rispondere a una domanda rimasta sospesa:
“Qui posso ancora crescere, essere visto, portare valore senza consumarmi?”
Forse il tema, per le aziende, non è solo trattenere le persone.
È accorgersi prima di quella soglia silenziosa
in cui una persona smette di sentirsi parte.

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