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Quanti dei tuoi ricordi stanno guidando le tue decisioni, senza che tu te ne accorga?

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  Quanti dei tuoi ricordi stanno guidando le tue decisioni, senza che tu te ne accorga? Venerdì siamo partiti da una frase raccolta durante un colloquio: «Non voglio responsabilità. Sono solo problemi.» Sembrava una rinuncia alla leadership. Ma abbiamo lasciato aperta una domanda: e se quella rinuncia fosse anche il frutto del modo in cui ricordava chi, prima di lui, aveva guidato gli altri? Julia Shaw, studiosa della memoria, è la custode di una chiave: la memoria non è una registrazione fedele della realtà. È una ricostruzione. Non ricordiamo semplicemente ciò che è accaduto. Lo ricostruiamo. Ed è anche a partire da quella ricostruzione che scegliamo. Forse non rifiutiamo soltanto ciò che non desideriamo. A volte rifiutiamo ciò che ricordiamo. Quanti dei tuoi ricordi stanno guidando le tue decisioni… senza che tu te ne accorga?

A prima vista sembra una questione di perdita.

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  A prima vista sembra una questione di perdita. Un compenso più basso. Lo stesso lavoro. Meno riconoscimento. La mente va subito lì: loss aversion. Kahneman e Tversky ci hanno mostrato quanto una perdita pesi, psicologicamente, più di un guadagno equivalente. Ma in alcune decisioni c’è qualcosa che viene ancora prima. La scarsità. Sendhil Mullainathan ed Eldar Shafir hanno studiato cosa accade quando una persona vive dentro una percezione di scarsità: scarsità di denaro, di tempo, di energie, di possibilità. Il punto non è solo che “hai meno”. È che la scarsità restringe il campo mentale. Quando senti di non avere alternative, non valuti più la situazione da fuori. La guardi dal tunnel. E nel tunnel una proposta che non ti convince può iniziare a sembrarti accettabile. Non perché sia diventata giusta. Perché in quel momento ti sembra l’unica praticabile. Nei contesti di lavoro questo accade più spesso di quanto sembri. Quando un responsabile evita un confronto. Quando una persona ...

Quando finisce un ruolo, cosa resta di noi?

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  “E adesso cosa faccio?” Me lo ha chiesto con candore. E con un forte senso di smarrimento. Le spalle strette. Gli occhi un po’ persi nel vuoto. Non stava chiedendo solo come scrivere un curriculum. Non stava chiedendo solo dove candidarsi. La domanda sembrava professionale. In realtà era molto più profonda. Perché quando un ruolo finisce, non si perde solo un lavoro. Si perde un modo di raccontarsi. Un’abitudine. Un riconoscimento. A volte persino una parte della propria identità. E allora la domanda cambia. Non è più: “Che lavoro farò?” Ma: “Chi sarò senza questo ruolo?” Forse molte transizioni professionali iniziano proprio qui. Non dalla ricerca immediata di un nuovo lavoro. Ma dal tentativo di capire cosa portare con sé mentre tutto il resto cambia. Perché prima di ripartire, a volte, serve uno spazio. Uno spazio per non buttare via tutto. E per riconoscere cosa resta vivo, anche quando un ruolo finisce.
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  Un executive mi ha chiesto: “Qual è la considerazione di una figura che cambia spesso lavoro?” Non stava parlando solo di curriculum. Stava parlando dello sguardo degli altri. Del sospetto. Dell’etichetta che può arrivare prima ancora dell’ascolto. “Cambia spesso.” “Non è stabile.” “Quanto resterà da noi?” Domande legittime, certo. Ma forse manca una domanda prima: cosa è successo prima che quella persona decidesse di cambiare? Perché non sempre il job hopping racconta instabilità. A volte racconta ricerca. Ricerca di crescita. Di riconoscimento. Di coerenza. Di uno spazio in cui portare valore senza consumarsi. E forse job hopping e quiet quitting sono due facce della stessa medaglia. Nel primo caso la persona se ne va. Nel secondo resta, ma si ritira. Da fuori sembrano comportamenti opposti. Movimento e immobilità. In realtà, spesso, nascono dalla stessa frattura: una relazione fragile tra persona, lavoro e riconoscimento. Non sempre chi cambia spesso è inaffidabile. ...